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Il mondo tra le mani: come nascevano i mappamondi artigianali (e perché ci riguardano ancora)

Nel 1955 il processo di fabbricazione dei globi terrestri è una lezione di artigianalità che parla direttamente al nostro bisogno di riconnetterci con il tangibile.
Il mondo tra le mani: come nascevano i mappamondi artigianali (e perché ci riguardano ancora)
Il mappamondo fatto a mano, come si faceva negli anni 50

Negli anni Cinquanta, i mappamondi venivano ancora fatti interamente a mano. Nelle fabbriche americane ed europee, uomini e donne modellavano sfere di cartapesta, stendevano strisce di carta geografica con precisione millimetrica, incollavano, coloravano, verniciavano. Ogni globo era un piccolo pianeta che nasceva dalla cura di decine di gesti ripetuti, eppure mai identici.
Il fascino di quel processo non sta soltanto nella nostalgia per un'epoca in cui le cose si facevano diversamente, ma - forse - nel riconoscimento, quasi viscerale, che un lavoro così — lento, tattile, imperfetto — produceva qualcosa che nessuna mappa digitale potrà mai replicare: un oggetto che riempie uno spazio, che si può girare tra le mani, che invecchia con noi e porta i segni del tempo, con una patina di significato.

La fabbricazione tradizionale dei mappamondi è un processo che tiene insieme saperi diversi in modo sorprendente. Si partiva da una sfera cava in cartapesta o gesso, modellata con cura e levigata fino a ottenere una superficie liscia e uniforme. Questa sfera era la tela bianca su cui sarebbe stata dipinta la rappresentazione del pianeta, ma raggiungerla richiedeva già una competenza manuale affatto banale.

Il passaggio più delicato era l'applicazione dei cosiddetti gores, ovvero strisce di carta a forma di fuso — lunghe, curve, affusolate alle estremità — su ciascuna delle quali era stampata una porzione della superficie terrestre. Ogni striscia doveva essere incollata a mano, allineata bordo contro bordo con la precisione necessaria perché continenti e oceani si ricomponessero in un tutto coerente sulla superficie curva. È una tecnica che gli artigiani chiamano incornata e che, ancora oggi, richiede circa un anno di apprendistato prima di poter essere eseguita con la qualità necessaria.

Una volta applicata la cartografia, il globo veniva spesso colorato a mano — acquerelli per le sfumature dei mari, pennellate sottili per i confini e i nomi delle città — e infine sigillato con uno strato di vernice che gli conferiva quella lucentezza calda, quasi ambrata, che chi possiede un vecchio mappamondo conosce bene. L'intero processo era un intreccio di cartografia, pittura, falegnameria e chimica dei materiali, il tipo di competenza trasversale che oggi definiremmo interdisciplinare ma che allora era semplicemente un mestiere.

Per chi è abituato alla routine del preparare la propria scrivania, l'idea che un singolo oggetto possa richiedere settimane di lavorazione manuale non è poi così aliena. Si parte dallo stesso principio: la qualità nasce dalla cura del processo, non dalla velocità dell'esecuzione.

Da Tolomeo a Rimini: una tradizione che attraversa i secoli

La storia dei mappamondi risale a diversi secoli addietro: il più antico globo terrestre europeo sopravvissuto fino a noi risale al 1492, lo stesso anno in cui Colombo salpò verso le Americhe. Fu realizzato da Martin Behaim, cartografo e navigatore tedesco, e naturalmente non riportava il continente americano.

Ogni mappamondo è anche una fotografia delle conoscenze — e delle ignoranze — dell'epoca in cui è stato fatto.

Durante il Rinascimento, la fabbricazione di globi si sviluppò rapidamente in tutta Europa, alimentata dalla stampa meccanica e dalla riscoperta del trattato Geographica di Tolomeo. Entro la fine del Quattrocento, costruire mappamondi era diventato un mestiere proficuo e riconosciuto, e i globi ornavano le corti principesche, i monasteri e le università.

L'Italia ha un legame profondo con questa tradizione. A Rimini, nel 1949, un artigiano di nome Italo Zoffoli iniziò a costruire mappamondi nel tempo libero, intagliandoli a mano nel suo laboratorio di falegnameria e facendoli acquerellare dalle figlie e da alcune suore dei colli riminesi. Quella che era una passione personale divenne un'impresa riconosciuta a livello internazionale: nel 1963, i suoi innovativi mappamondi-bar — globi che si aprono rivelando un piccolo mobile per liquori — gli valsero il premio Tornio d'Oro dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano. Oggi i mappamondi Zoffoli si trovano nelle vetrine di Madison Avenue a New York, nei negozi più esclusivi di Londra, e sono comparsi in film come Bastardi senza Gloria e Django Unchained. A Roma, nel cuore di Trastevere, la bottega Polvere di Tempo continua a offrire globi con riproduzioni di mappe antiche del Cinquecento e del Settecento, mantenendo viva una tradizione artigianale che pochi altri al mondo ancora praticano.

Questa dimensione italiana dell'artigianalità cartografica si inserisce nella stessa corrente culturale che ha generato il movimento Slow Food e che continua ad alimentare l'interesse per il viaggio lento lungo la penisola, dove la mappa cartacea e la bussola tornano a essere strumenti di esplorazione consapevole piuttosto che reliquie superate.

Due laboratori in tutto il mondo: la resistenza degli ultimi globemaker

Nell'era del GPS e di Google Earth, l'arte della fabbricazione manuale dei mappamondi è quasi scomparsa. A livello globale, solo due laboratori producono ancora globi interamente artigianali: Greaves & Thomas, attivo dal 1991, e Bellerby & Co. Globemakers, fondato a Londra nel 2008 da Peter Bellerby.

La storia di Bellerby è, in sé, una parabola perfetta della riscoperta analogica. Cercando un mappamondo di qualità da regalare al padre per il suo ottantesimo compleanno, Bellerby si trovò davanti a due sole opzioni: globi di plastica prodotti in serie per pochi euro, oppure pezzi d'antiquariato a prezzi proibitivi. Non soddisfatto da nessuna delle due, decise di costruirne uno da solo. Il processo si rivelò molto più lungo, complesso e costoso del previsto — due anni di tentativi — ma alla fine di quel percorso aveva acquisito una competenza che trasformò in un'attività imprenditoriale.

Oggi Bellerby & Co. produce circa 600 mappamondi l'anno nel suo atelier di 400 metri quadrati a Stoke Newington, con una dozzina di collaboratori tra disegnatori, pittori e cartografi. I prezzi variano da circa 1.200 a oltre 70.000 euro, a seconda delle dimensioni e del livello di personalizzazione. Ogni globo è realizzato seguendo le indicazioni specifiche del cliente: c'è chi chiede di mettere in risalto i luoghi visitati in una vita di viaggi, chi vuole illustrazioni fantastiche, chi desidera un globo celeste con le costellazioni dipinte a mano. I loro lavori sono apparsi in produzioni BBC e in film come Hugo di Martin Scorsese.

Costruiti per durare più di un secolo, questi mappamondi sono l'antitesi perfetta della cultura usa-e-getta. Sono oggetti che si ereditano, che accumulano storia, che diventano più belli con il tempo — esattamente come una buona penna o un orologio meccanico portato al polso per decenni.

Perché un mappamondo non funziona come una mappa digitale (e non vuole esserlo)

Mentre il resto del mondo cercava di farsi saltare in aria, loro creavano mondi.

Al di là dell'ironia, la frase coglie qualcosa di essenziale: il mappamondo artigianale è un atto di costruzione in un'epoca di consumo.

Il mappamondo è anche l'unica rappresentazione veramente fedele del nostro pianeta — l'unica che non distorce forme e proporzioni come inevitabilmente fanno le proiezioni cartografiche piatte. Ma il suo valore va oltre la precisione scientifica. Un globo che si può girare tra le mani offre un'esperienza cognitiva diversa dallo scorrere una mappa su uno schermo: coinvolge il tatto, la vista, il senso delle proporzioni spaziali. Girare un mappamondo e puntare il dito a occhi chiusi per scegliere una destinazione è un gesto che contiene più poesia e più caso — e quindi più avventura — di qualsiasi algoritmo di suggerimento viaggi.

Chi pratica il bullet journaling conosce bene questa differenza: il rapporto fisico con un oggetto analogico attiva un tipo di attenzione e di memoria che gli strumenti digitali, per quanto efficienti, non riescono a stimolare allo stesso modo.

Ci sono insegnanti che raccontano di tenere tre vecchi mappamondi nella propria classe e di lasciare che gli studenti li tocchino, li girino, li esplorino con le mani. In un'epoca in cui la geografia si impara quasi esclusivamente su schermi piatti, quel gesto di rotazione — sentire sotto le dita le lievi imperfezioni della superficie, cercare un paese sconosciuto seguendo meridiani e paralleli — è un piccolo atto di resistenza sensoriale.

Il mappamondo come oggetto di arredamento consapevole

Al di là del valore educativo e simbolico, il mappamondo artigianale sta vivendo una seconda giovinezza come elemento di design d'interni. I globi Zoffoli, ad esempio, hanno saputo evolversi dai modelli classici a linee contemporanee che si integrano con l'architettura degli interni moderni, dallo stile industriale a quello eclettico.

Un mappamondo sulla scrivania o in un angolo del salotto comunica qualcosa di specifico: curiosità intellettuale, apertura al mondo, gusto per l'oggetto ben fatto. Non è un caso che compaia così spesso negli studi di professionisti, nelle biblioteche private, negli ambienti dove la cultura materiale è parte dell'identità di chi li abita.

Per chi sta costruendo il proprio spazio di lavoro analogico, un globo vintage o artigianale può essere molto più di un complemento decorativo. È un promemoria fisico della vastità del mondo, un invito a sollevare lo sguardo dallo schermo e a ricordare che là fuori c'è un pianeta intero da esplorare — possibilmente con una mappa cartacea nello zaino e senza la mediazione costante di un GPS.

Dove trovare mappamondi artigianali e vintage in Italia

Chi volesse avvicinarsi a questo mondo ha diverse opzioni. I mappamondi Zoffoli sono disponibili attraverso il loro e-commerce e in selezionati negozi di design in tutta Italia, con prezzi che variano da poche centinaia di euro per i modelli da tavolo fino a diverse migliaia per le edizioni speciali.

A Roma, la bottega Polvere di Tempo in zona Trastevere offre una selezione di globi con riproduzioni di cartografia storica, mentre per chi cerca pezzi d'antiquariato autentici, Antik Arte & Scienza a Milano propone globi del XVIII e XIX secolo con certificazione di autenticità.

Per chi preferisce l'esperienza internazionale, il sito di Bellerby & Co. Globemakers permette di commissionare globi personalizzati, e il marketplace Reverb ospita occasionalmente strumenti cartografici vintage accanto agli strumenti musicali.

Un mondo che gira lentamente

Il mappamondo artigianale è, in fondo, una metafora perfetta della vita analogica che esploriamo su queste pagine: un oggetto che richiede tempo per essere creato, tempo per essere apprezzato, e che restituisce qualcosa che la velocità non può offrire. Non si tratta di rifiutare il digitale — Google Earth o altre mappe in rete, restano strumenti straordinari — ma di riconoscere che certi modi di conoscere il mondo passano attraverso le mani, la pazienza e l'imperfezione.

La prossima volta che aprirete una mappa sul telefono, provate a immaginare le mani di quegli artigiani del 1955 che incollano gores su una sfera di cartapesta. E magari, chissà, concedetevi il lusso anacronistico di un mappamondo vero, di quelli che si possono girare con un dito e che, a ogni rotazione, offrono la promessa silenziosa di un mondo ancora tutto da esplorare.


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